Storiografia

Paolo Melandri

Quando Plutarco ci dice che Giulio Cesare era magro, di carnagione bianca e molle, soggetto al dolor di testa e al mal caduco, ci tocca ben più a dentro che non con le ingegnosità dei suoi paragoni. Quando Diogene Laerzio ci racconta che il divino Aristotele usava portare sul petto, in corrispondenza dello stomaco, un sacchetto di cuoio pieno di olio cotto e che, lui morto, fu ritrovata nei ripostigli della sua casa una gran moltitudine di coppi come in una bottega di Samo, egli eccita la nostra immaginazione ben più che con l'esporci non senza superficialità le dottrine del Peripato. Nei racconti storici, nelle biografie come nei ritratti noi dunque cerchiamo con avidità e gustiamo con gioia tra i segni di una vita particolare quelli che appaiono più dissimiglianti dai comuni, quelli che non concernono se non la singola persona, quelli che di un capitano di un poeta di un mercante fanno sotto il sole un uomo unico nel suo genere. Perciò consento al giudizio di colui che stima esser fiacco storico il descrittore di vite il quale rifugga dall'incidere le minuzie e le bizzarrie per smania di sollevarsi alla solennità della storia cui non sarebbe lecito considerare il naso di Cleopatra e la fistola del Re Sole se non nel riferirli ad un evento universale.
Se tu, visitatore del mio Sito, hai l'occasione di vedere per la prima volta il ritratto di Erasmo dipinto da Hans Holbein, pur dopo aver letto l'Elogio della Follia, i Colloquî e le chiliadi degli Adagi, credi per certo di avere dinanzi a te in quel punto la figura intera del filosofo da Rotterdam, in carne e in spirito, come per improvviso lume di ragione e di rivelazione, quale non ti era apparsa dal paziente studio delle opere. Forse l'effigie offerta dai suoi scritti alla tua mente non differiva di molto da quella di tanti Eruditi in berrettone di velluto e in zimarra di vaio, che nella vecchia Basilea degli stampatori curavano le edizioni di Johannes Froben, come ad esempio quel Sebastian Brandt giuriconsulto e conte palatino il quale di sotto al peso delle Pandette sapeva un pochettino sorridere al pari del Fiammingo cui con la Nave dei folli aveva pur dato l'idea dell'Elogio. Ma ecco che, d'un tratto, l'amico di Aldo Manuzio e di Pietro Bembo assume dinanzi a te l'aspetto di un uomo incomparabile e inimitabile, non somigliando ad alcun altro, immoto nella sua propria verità ed eternità. Guardalo. Egli è là di profilo, con la sua berretta nera in capo, col vestito azzurrognolo, nell'atto di scrivere tenendo il foglio sopra la copertina di un volume dalla rilegatura vermiglia. Nella concentrazione le sue palpebre si abbassano sugli occhi di solito guardinghi; la bocca è chiusa e ripiegata profondamente negli angoli, piena di sapienza, di prudenza e d'ironia; il naso lungo ma scarno, dalle narici ampie e delicate, è come la sede espressiva di un senso acuìto e vigile, che fiuta nei mutamenti della vita il sentore dei più tenui soffî. Delle mani l'una tiene la penna con la facilità della consuetudine; l'altra, inanellata, tiene fermo il foglio sotto le dita chiuse ugualmente; ed entrambe vivono esperte nell'esercizio d'ogni giorno. Scrivono forse il Commento all'adagio "Nihil inanius quam multa scire"? una epistola adulatoria ma cauta a Leone Decimo o al quarto Adriano o a Carlo Quinto?
Come diceva Nietzsche, "il n'y a plus que de Biographie", intendendo che la Storiografia si sarebbe risolta in Biografia. Ma tra lo storico e il biografo c'è ancora un gran divario, come tra affrescatore e ritrattista, il primo non considerando gli uomini se non nel più vasto movimento dei fatti complessi e nelle più efficaci attinenze con la vita pubblica, il secondo non rappresentandoli se non nei più salienti rilievi della persona singolare. Una mirabile sintesi di queste due tendenze si trova, col condimento e il piccante dell'Arte, in Guerra e Pace di Tolstòj, dove la ritrattistica psicologicamente credibile e allettante è fusa con la suprema padronanza di una visione olistica e sfaccettata della Storia, della Russia e dell'Europa.


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