Il "Liber Aureus" - 18 giugno 2008

Paolo Melandri

Ho appena terminato un libro di fattura tutt'affatto particolare: prima di affidare ai lettori la strenna di qualche porzione di questa "narrazione in versi" al modo di Folgòre e di Poliziano, mi piace invogliare l'appetito del "buon conoscitore" con qualche notizia sulle ragioni che mi hanno portato a battere una via (per me) nuova, antica e nuova al tempo stesso, nel senso che vi ho trovato le ragioni prime del mio poetare e le ho realizzate in forma bizzarra e inedita.
In primo luogo: dove sta la bizzarria, la "particolarità" che devo, insieme, giustificare e reclamizzare? Pare che la poesia narrativa sia, di nuovo, una frontiera che molti cercano di valicare in questo secondo lustro del primo secolo del nuovo millennio. Poesia narrativa perché? Poesia narrativa per chi? È sempre più chiaro a chicchessia che la poesia, anche quella lirica, deve recuperare la dimensione narrativa e mitopoietica che ha in gran parte perso con l'ermetismo e col postermetismo, ma in continuità con essi. Ho già cercato di rispondere a questa esigenza con alcune Ballate dei "Canti della Stagione Alta" e, soprattutto, con la prima parte, narrativa, del "Fiore di Calliope" (dove ho contaminato Romanzo e Poema Epico, nel compromesso di un "Poemetto in esametri dattilici conversi in prosa ritmica"). Ma sento bene che la mia missione non è compiuta, non tanto perché non sia soddisfatto dei risultati artistici conseguiti (questo va da sé: ogni "artefice" è sempre insoddisfatto e cerca una "via nuova" per rinascere), quanto piuttosto perché avverto che una piena fusione tra lirica ed epica, tra lepos ed epos, in me, deve ancora avvenire. Dunque la prima novità è il tentativo di fusione tra istanza narrativa e concisione (grazia) formale. Infatti o è vero che mega biblìon mega kakón, o è vero esattamente il suo contrario. Nel dilemma, non mi so ancora decidere, anche se la mia simpatia va ai cantores Euphorionis. Questo per la bizzarria, il carattere tutt'affatto "particolare" del mio nuovo libretto.
Ma – sì, certo, bizzarria, sperimentalismo – in tutto questo dove sta la novità? Si tratta, nientepiù nientemeno, di una questione di "dosaggi" relativi al mileu metrico e linguistico. Poniamo che, per una serie di circostanze anche fortuite, io mi sia riaccostato tanto al mio antico amore per la poesia stilnovistica, petrarchesca e rinascimentale e che, d'altro canto, rileggendo la mia più che decennale produzione neostilnovistica, io vi abbia trovato un "non so che d'incompiuto e d'inattuato", che cosa mi resta da fare, se non tornare sui miei passi e realizzare il meno provvisoriamente possibile, con i mezzi tecnici di cui dispongo ora, un nuovo connubio tra la mia esperienza di lettore e d'esegeta e quella, ben più logorante ma anche più urgente e necessaria, di re-inventore dell'Antico, in forma non dirò moderna ma attuale? A che mi serve sentire talune poesie di Pulci, di Poliziano o di Lorenzo come mie, se poi, cantilenando, io non riverso su carta il mio entusiasmo per rime e trovate prosodico-metriche, senz'altro (nei modelli) raffinatissime? E forse che la raffinatezza è una novità, e non piuttosto qualcosa che ci "stomaca" (come diciamo qui in Romagna)? La raffinatezza può anche essere segno di putrida senescenza, lo so, ma tutto sta in come la si intende e la si dosa. E la risposta la fornirò con i miei versi. Il risultato, certo, è quel che è. Ma se pubblico i miei versi è per stabilire un dialogo, un Sympoièin, con chi s'interessi dei miei stessi problemi. E poi, di nuovo, perché narrare in poesia lirica?
Perché è possibile, e l'hanno dimostrato i nostri trecentisti e quattrocentisti, e poi Carducci in Ça ira, e poi mezza dozzina di parnassiani francesi, sì, è possibile scrivere ballate e/o sonetti a catena, narranti amorosi episodi o guerreschi, e non risultare poi tanto demodés o arroccati su posizioni passatiste. Ma di questo giudicherà il lettore.

Paolo Melandri, 18 giugno 2008
"in arte libertas"

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