Comparatistica

Paolo Melandri

Tutte le poesie, tutte le pagine di prosa dei nostri "Classici" hanno un legame tra loro. È l'enfant du siècle che si è perduto nella notte dei secoli : sente voci strane e terribili e, talvolta, ad intervalli, una melodia di lire eolie e di liuti.
Ad esempio lo studioso di Comparatistica può (ed anzi deve, prima o poi) prefiggersi di esporre e rappresentare la costruzione morale del poema di Dante, more geometrico demonstrata. A ciò egli deve avere molte competenze: non può ignorare il molto che è stato scritto sulla Divina Commedia, e certamente lo studioso non potrà mai porsi dinanzi ad essa come solo, individuo schiavo della propria soggettività. Per farvi capire cosa intendo, dirò che qui allo studioso occorrono numerose e ponderose citazioni tomistiche, scolastiche, di santi padri, archeologiche, bellettristiche, letterarie tanto antiche quanto medievali, invitando poi i lettori ad assistere al modo onde il processo della costruzione si è generato e svolto nella sua mente. Occorre poi che lo studioso di Comparatistica abbia una innegabile potenza di sintesi, la quale gli faccia ravvisare nelle molte sue letture in molte lingue parallelismi finissimi, fatti di forti e audaci analogie, che colpiscano il lettore di nuova e cospicua luce; ma non deve accadere che l'acceso ingegno del commentatore, così esercitato, gli faccia ignorare, o gli dissimuli, possibili stacchi e salti nel suo disegno; la destrezza del letterato non deve insegnargli mai a velare e a ricoprire le screpolature delle sue ardite costruzioni. Questo avvenendo purtroppo abbastanza spesso, io da parte mia penso che si debba procedere inizialmente per ipotesi singole, sottoponendole al vaglio della critica più acrìbica; solo se le singole ipotesi reggono "a prova di cannone", si proceda allora e solo ora alla costruzione di una teoria, che può anche crollare in presenza di nuove scoperte.
Spesso in una parola o in un verso latino o greco o italiano o francese o inglese o tedesco ho ravvisato una simbologia nuova, simboli nuovi che poi ho passato al vaglio dell'autocritica; e non posso dire quante volte io abbia avuto ragione, ma non mento se affermo che quanto ho pubblicato in quest'àmbito in continuo sviluppo, è stato riconosciuto, se non sempre valido assolutamente, certo però spesso stimolante, divertente (nel significato più serio) e originale. Ma non sta a me far la critica della mia propria produzione critica nell'àmbito della Comparatistica. A volte ho visto simboli già noti bisognosi di essere allargati a particolari significati mai prima considerati, spesso ho intravisto, divertendomi moltissimo, in somiglianze apparentemente tenui, corrispondenze meravigliose e, facendomi tutto prendere ed assorbire in acutezze e in sottigliezze, mi sono adoperato, seguendo l'esempio dell'impareggiabile Bentley, di ricondurre a schema unico, elaborato e definito, il poema di Milton, quello di Virgilio o, ancora più spesso, quello di Ennio, basandomi poi, soprattutto nell'ultimo caso, su supposizioni di buon senso e sempre seguendo, come regola aurea, l'usus scribendi dell'autore in questione. Anche la Comparatistica, dunque, parte per me da un'ipotesi su un solo testo, per poi allargarsi via via ad un gran numero di altri testi, scritti beninteso nelle lingue che intendo e citati in originale e non, se non in nota, in traduzione, a meno che una traduzione letteraria possa essersi fatta da tramite tra due o più autori (caso ben noto).
Ogni saggio di Comparatistica, mio o altrui, vorrei che pullulasse di ipotesi ingegnose e suggestive, tali da coinvolgere e da interessare il lettore; ogni saggio comparativo ben riuscito è ricco anche di non pochi semi di verità, semi scoperti dall'autore e proposti alla comunità dei dotti. Certo è impossibile che tutta la faccia dell'oscura Minerva sia illuminata, e questo indipendentemente dalla buona fede e dagli sforzi dello studioso. In molti contributi di Comparatistica si osserva, purtroppo, che molto spazio resta ai Prolegomeni per raggiungere la mèta. Dal punto di vista stilistico occorre che ogni saggio, ogni articolo, ogni contributo sia scritto con austera eleganza. L'autore deve evitare di attirare su di sé l'attenzione del lettore, tutta rivolta alle argomentazioni.
Alcuni tratti delle mie speculazioni comparatistiche sono stati, specie all'inizio (circa 10 anni fa), talvolta derisi e depressi, oltraggiati e calunniati, ma so che vivranno. Vorrei riscrivere con l'esperienza di oggi molte cose che intuii nella prima giovinezza, e che mi sembrano giuste. Io morrò; i miei studi no. Così credo, così so. Buona lettura!


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